Le cellule staminali del legamento parodontale per la rigenerazione ossea

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Ricerca, condotta dall’università di Firenze, è stata presentata al Congresso mondiale sull’osteoporosi di Siviglia

Apparato masticatorio: è un organo solido, elastico e soprattutto vivo. Ne è conferma l’elevata innervazione, perfino nel dente che a tutti appare un elemento “morto”. Così non è e la prova viene proprio dalla “sofferenza” che si ha quando anche un solo elemento di questo complesso organo va in tilt. Sofferenza che batte anche la diffusa paura del dentista: il dolore è prova della diffusa innervazione e senza anestesia lo specialista non potrebbe nemmeno lavorare in modo adeguato. Detto questo, un organo “vivo” e vitale non può certo fare a meno di avere il suo “tesoretto” di cellule staminali pronte a riparare il più possibile i vari danni che l’insieme denti e osso al quale sono ancorati subiscono nel tempo. Il “tesoretto” si troverebbe nel legamento parodontale: quel tessuto connettivo, solido ma “dinamico”, che serve ad ancorare la radice del dente alla mascella, ammortizzando il carico meccanico della masticazione.
Lo studio
Uno studio italiano ha scoperto che il legamento parodontale è una fonte ottimale e facilmente accessibile di cellule staminali mesenchimali (le più diffuse nell’organismo in quanto “riparatrici” di ferite e lesioni varie) che potrebbero essere utilizzate nel prossimo futuro in un’ampia varietà di trattamenti rigenerativi: terapie cellulari e applicazioni di ingegneria tissutale. Lo studio, tutt’ora in corso, è di un gruppo di ricercatori dell’università di Firenze e dell’Istituto Microdentistry ed è stato presentato al recente Congresso mondiale Iof (International osteoporosis foundation) di Siviglia. «Nell’ambito del nostro studio – spiega Maria Luisa Brandi, endocrinologa e specialista in malattie del metabolismo dell’Ateneo fiorentino – abbiamo isolato le cellule staminali mesenchimali dai legamenti parodontali e testato il loro potenziale di differenziazione in tessuto osseo e tessuto adiposo, ottenendo risultati molto incoraggianti in termini di potenziale osteogenico (formazione di nuovo osso) per la ricostruzione ad esempio di tessuto distrutto dalle malattie parodontali, che sono la principale causa di perdita dei denti negli adulti». Malattie parodontali comunemente chiamate “piorrea”. In Italia la parodontite, infezione cronica microbica, colpisce via via che passano gli anni il 60% della popolazione con danni considerevoli sullo stato di salute e sulla qualità della vita.
Le applicazioni
Negli ultimi anni la ricerca a livello internazionale sta esplorando le potenzialità di alcuni denti adulti, fra cui i denti del giudizio, che contengono le cellule staminali mesenchimali, simili a quelle rinvenibili nei denti da latte dei bambini, e che quindi possono essere trattati e conservati nelle cosiddette biobanche per un futuro utilizzo in vari tipi di trattamenti medici. «Lo studio – sottolinea Francesco Martelli, direttore scientifico dell’Istituto di ricerca Microdentistry – potrà avere ricadute enormi in odontoiatria, per valutare l’effetto di fattori bioattivi che possono facilitare la differenziazione ossea a beneficio di un gran numero di pazienti». Queste cellule staminali, però, non si formano a denti, parodonto, mascelle e gengive. Potrebbero in futuro avere un ruolo determinante nella riparazione di articolazioni, muscoli, ossa, nervi. Occorre però una chiara e documentata sperimentazione e una legislazione più avanzata, soprattutto in Italia, in tema di biobanche per la conservazione delle cellule staminali mesenchimali. Conclude Martelli: «Nel nostro Paese siamo ancora molto indietro con conseguenze negative anche sulla ricerca di base, che viene in qualche modo frenata». Il caso Stamina dovrebbe insegnare qualcosa: il tutto vietato alla fine rischia di creare ancora più confusione.

Fonti/autori:

www.corriere.it

odontoiatra.it

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