Cefalea di tipo tensivo: un dolore gratuito?

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Di solito abituati a distinguere le cefalee in primarie e secondarie ed anche l’ultima revisione della classificazione internazionale delle cefalee segue questa suddivisione. Talvolta utilizziamo, in alternativa all’aggettivo primaria, termini come idiopatica o essenziale e, in alternativa all’aggettivo secondaria, il termine sintomatica.

 

Quando definiamo una cefalea come primaria intendiamo che quel mal di testa non è dovuto ad una causa organica, cioè non costituisce il, o un, sintomo di una patologia sottostante, ma intendiamo anche, più genericamente, che non riconosce una causa specifica. Così per esempio, in linea con questa ultima possibilità, la classificazione internazionale delle cefalee del 2004 ha spostato la cefalea da stimolo freddo e quella da compressione esterna dal gruppo delle cefalee primarie a quello delle forme secondarie.

 

 

 

Potremmo discutere a lungo se la denominazione primaria per forme di cefalea come l’emicrania e la cefalea a grappolo debba essere considerata come dato di fatto non solo al momento indiscutibile ma anche per il futuro incontrovertibile, oppure, nascondendo un’ancora insufficiente conoscenza degli intimi meccanismi che le sottendono, sia ineluttabilmente destinata ad essere abbandonata quando le più evolute acquisizioni scientifiche ne avranno definitivamente chiarito il substrato eziopatogenetico.

 

Se da un piano prettamente semantico e speculativo, passiamo ad un livello di considerazioni più aderente alla pratica clinica ci possiamo chiedere se può valere per le cefalee primarie, in antitesi alle cefalee secondarie nelle quali il mal di testa è chiaramente la spia, il campanello d’allarme di un qualcosa che non va, che si è guastato, che non funziona più a dovere nell’organismo di chi ne soffre, il classico assunto che il dolore che le caratterizza è gratuito, inutile ed insensato. La questione è tutt’altro che astratta, implicando atteggiamenti terapeutici nettamente diversificati a seconda dell’accettazione o meno dell’assunto: in un caso (cefalea fine a sé stessa), infatti, pur essendo senz’altro corretto prestare la dovuta attenzione ad individuare i possibili fattori scatenanti o favorenti per tentare di eliminarli od evitarli, la cefalea dovrà comunque essere trattata come tale perché è essa stessa la malattia, nell’altro caso (cefalea utile avvisaglia), invece, tutti gli sforzi saranno concentrati a cercare di interpretare il segnale che la cefalea sta inviando, perché nessuna cura potrà prescindere da una preliminare operazione volta a svelarne l’origine solo apparentemente misteriosa.

 

Nell’ambito di questa tematica che cosa ci suggerisce l’esperienza clinica relativamente alle principali forme di cefalea primaria?

 

La cefalea a grappolo pare a tutti gli effetti il paradigma del dolore gratuito: il suo esordio, la stretta unilateralità, la ciclicità dei periodi attivi e, all’interno di questi, la ritmicità circadiana dei singoli attacchi risultano tanto patognomonici e stereotipati quanto inutili ed inutilizzabili.

 

Per l’emicrania valgono più o meno le stesse considerazioni. Anche nelle forme mestruali pure la particolare ricorrenza degli attacchi, pur essendo chiaramente indicativa di una particolare e specifica suscettibilità, costituisce una segnalazione inservibile in quanto correlata ad una fluttuazione ormonale del tutto fisiologica e normale. In altre parole, ad essere alterata è la risposta del bersaglio, non certo il fisiologico ed immodificabile assetto ormonale.

 

Un poco diversa è forse la situazione nell’emicrania del fine settimana; a parte il fatto che non sempre si tratta di emicrania, ma di cefalee di tipo tensivo o cefalee con caratteristiche cliniche miste, in queste forme spesso un accurato colloquio con il paziente rivela che il mal di testa può costituire un opportuno ed utile segnale di un inadeguato e forse correggibile stile di vita.

 

Dove però la pretesa gratuità delle cefalee primarie appare maggiormente confutabile è nei pazienti affetti da cefalea di tipo tensivo.

 

In molti di questi, infatti, dopo che una scrupolosa anamnesi volta ad analizzare le varie caratteristiche del mal di testa che li affligge porta ad un chiaro orientamento verso una forma di cefalea di tipo tensivo, e dopo che un altrettanto meticoloso esame obiettivo indirizzato a ricercare eventuali segni patologici esclude la presenza di una qualsiasi base organica, la conversazione con il paziente, estesa anche alla raccolta di informazioni sugli avvenimenti occorsigli in stretta relazione temporale con l’esordio della cefalea, può rivelare situazioni di vita che ampiamente giustificano l’insorgenza del disturbo.

 

Spesso la cefalea di tipo tensivo sembra scaturire da un’inadeguata correlazione tra profilo caratteriale da una parte ed eventi di vita dall’altra parte. Non raramente si riescono a cogliere evidenti fratture tra capacità, intese in senso lato, personali e richieste dell’ambiente di riferimento. Queste ultime risultano essere, talvolta, del tutto eccessive o comunque non affrontate in modo appropriato. Così, la cefalea di tipo tensivo può costituire un chiaro segnale di qualcosa che non va nell’esistenza di chi ne è affetto, di un modo di vivere non confacente alle proprie capacità e possibilità.

 

In questi casi la cefalea non può certo essere considerata gratuita o inutile, anzi va intesa come un sintomo importante che deve far riflettere il paziente ed il medico che, insieme, dovranno cercare di svelarne il significato. Si tratta di un’operazione di fondamentale importanza dalla quale un corretto approccio terapeutico non può permettersi di prescindere.

 

In questa ottica la cefalea di tipo tensivo finisce per assumere, in molti casi, la connotazione di una cefalea sintomatica, secondaria non ad una patologia organica, ma ad uno stile di vita non appropriato.

 

Gian Camillo Manzoni

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